Nanà 👓

Un racconto di occhiali da secchiona.

Nanà era una sporca. Una sporca brutta cagna. Glielo dicevano tutti: suo padre e quelle voci. Nel bagno fatiscente e mal illuminato di casa, Nanà si lavava le mani sfregando il sapone sui palmi e sui dorsi, fra le dita, sotto le unghie. Tutti i giorni strofinava la saponetta avanti e indietro, insistendo con la brusca consumata e il getto dell’acqua ghiacciata. Si sentiva sporca e forse lo era davvero. A costo di farsi male con i suoi modi convulsi, con i suoi gesti ripetuti, con i suoi movimenti repentini, Nanà passava il sapone e la schiuma e l’acqua gelida finché le nocche venivano rosse sanguinanti e i polpastrelli blu pungenti, finché suo padre da sotto la intimoriva gridando «Chiudi l’acqua, puttana» e lei l’acqua la chiudeva subito perché con suo padre non si poteva scherzare, nemmeno col pensiero.
Quel pomeriggio Nanà prese di nuovo la brusca e si graffiò i piedi e i polpacci e le cosce e l’inguine, acqua fredda le colpì con violenza la schiena, bagnando e gocciolando i capelli castani appiccicati al collo e alla faccia. Strofinò il sapone sui denti e sulla bocca, maledetta inutile bocca, sulle guance e sugli occhi aperti, brucianti, e poi grattò e frizionò gomiti, ascelle e spalle, pancia, tette e culo e spinse schiuma fin su per la vagina, maledetta pure quella. Che a suo padre invece la vagina di Nanà piaceva eccome, soprattutto tra le lenzuola, ubriaco o sobrio che fosse e «Urla pure brutta cagna, tanto non ti sente nessuno». Il padre aveva ragione: Nanà non aveva voce, le sentiva soltanto.
Quel pomeriggio furono loro a dirle «Nanà sei incinta».

Cesco Cancian offriva il pane secco ai cigni nonostante a Caorle ci fosse il divieto. All’altezza della foce, quando i pescatori erano già al largo e il bar aveva ancora le saracinesche abbassate, Cesco apriva con la mano buona il sacchetto di carta e, guardingo, lanciava goffamente la colazione rafferma alle bestie in acqua. Un atto quotidiano di innocua ribellione di cui tutti sapevano e tacevano, vigili urbani compresi, che a Cesco procurava un intimo godimento. Ciò che tutti però non sapevano era che l’handicappato provvedeva al suo intimo piacere anche a tarda notte, osservando le coppiette appartate sulle sdraio in spiaggia a Ponente, dopo che le insegne delle vetrine si spegnevano e i turisti tornavano in albergo. Un copione semplice, che andava in scena da giugno ad agosto: ragazzi giovani, soprattutto tedeschi in ferie, che Cesco guardava nascosto tra gli scogli con il pisello di fuori. Mentre ascoltava i gemiti affannosi degli stranieri che scopavano, con la mano cattiva Cesco si masturbava.
«Prendi» gridò al cigno vorace che avanzava, «l’ultimo boccone è per te». La scarsa mira fece cadere il pane pochi massi più in là, dove una piccola ma insistente colonia di gabbiani pasteggiava di gusto, beccando avidamente senza sosta. Incuriosito, Cesco si sporse e un conato di vomito gli salì in gola. Nel mezzo di quel sbatter d’ali e garriti acuti, vide il corpo straziato di una neonata nuda, le unghie degli uccelli conficcate nel ventre aperto, i becchi ingordi scavarle gli occhi.

Per Nanà il cigolio stridulo della vecchia sedia a dondolo era un suono dolce e familiare, come se ondeggiare abbandonata su un consunto intreccio di vimini fosse la cosa più simile ad un abbraccio vero. Nanà conosceva bene le vibrazioni che venivano da fuori, quelle estranee alla sua gola, e conosceva bene anche le voci assordanti dei suoi pensieri, improvvisi ma costanti, che le parlavano e le chiedevano più di quanto volesse realmente sentire o fare.
Seduta su quella malconcia sedia a dondolo, nell’angolo buio di una stanza umida e sporca, Nanà cullava la sua bimba di due mesi e un giorno. Cercando disperatamente di scaldarne la pelle e il cuore, Nanà trasmetteva alla piccola quel poco di calore materno che aveva in corpo, molto più di quanto comunque avesse mai ricevuto lei.

Berto Dondadel aveva la passione per la caccia sportiva. Ogni anno da ottobre a novembre, cinque giorni a settimana, faceva la posta alle allodole in mezzo ai campi che a Portobuffolè fiancheggiano la Livenza. Invisibile, Berto si riparava nel suo capanno mimetico in mezzo all’erba alta, immobile e rigoroso nel silenzio della pianura all’alba, interrotto solo dal fruscio degli uccelli da vivi e dal loro tonfo da morti. Che lo sparo del fucile che squarcia prima l’aria e poi il petto non è un rumore, ma un sottofondo naturale.
Quel mattino, in prossimità del capanno, Berto sentì ancora il fetore crescere di passo in passo e pensò che era ora di finirla, che da giorni non si respirava perché qualcuno continuava a buttare sull’argine le carcasse delle lepri scuoiate, che l’odore era insopportabile e che la guardia forestale sarebbe dovuta intervenire e multare e «Porco Dio» disse a voce alta, «quella non è una lepre, è un bambina morta».

Nanà amava profondamente Lisetta ora che la teneva in braccio, davvero sua. Le somigliava. All’inizio no, non la riconobbe. Appena partorita vide il pianto nascere sulle piccole labbra contorte della figlia e pensò che era troppo diversa da lei. Poi però i giorni passarono e Nanà si affezionò, se ne innamorò. Nanà coccolava Lisetta, la cullava, dondolando su e giù nell’angolo buio della sua casa umida e sporca, teneramente.

Caio Fantuz gestiva un bar molto frequentato a Gaiarine, uno di quei posti sempre pieni di uomini dove si gioca a briscola, si guarda la partita e si bevono spritz e ombre di vino. Capello unto, adipe in eccesso e alito da tabagista, Caio si occupava della fornitura mensile di bibite e alcolici, dello svuotamento di cestini e posacenere e della regolazione volume del monitor impostato su Sky. Le restanti mansioni erano nelle mani di Alessia e Maria, due cameriere sui trenta, tuttetette tuttofare. Di Fontanelle, extension bionde e una rosa tatuata sull’avambraccio, Alessia era addetta anche a panini e tramezzini; rumena di un paese qualunque, corazzata di unghie plastificate da tre centimetri, Maria serviva ai tavoli ed era per tutti, affettuosamente, La Vergine.
Quel martedì, al terzo giro di Cabernet a cui aveva preso parte con la combriccola dell’aperitivo, Caio decise di cambiare canale perché Studio Aperto stava per iniziare e c’erano in ballo le votazioni e lui era uno che vota Lega. «Dai Maria, muoviti con i caffè» le disse masticando uno stuzzicadenti «non siamo mica in Romania, che fa anche rima». Solo che Maria non fecce un passo anzi, impallidì. Al tg dicevano che sulle sponde del Meschio, poco distante da casa sua, i carabinieri avevano trovato un’altra neonata morta. La terza nel giro di pochi mesi. Anche questa nuda e cianotica.

Inutilmente Nanà provava a fare ordine nel caos di quel congelatore. Così grande da poterci dormire dentro e così pieno di cibo da non trovare mai quello che serve, mentre fitte di dolore acute come spilli le attraversavano la punta delle dita. Immersa nell’aria gelida e secca Nanà rovistava nervosa tra le varie confezioni di plastica, vecchie di chissà quanti mesi, il cui contenuto era ormai irriconoscibile perché ricoperto di ghiaccio.
Poi, d’improvviso, si ricordò che anche Lisetta doveva mangiare: pazienza se non stava piangendo, Lisetta era una brava bambina e non frignava mai. Nanà alzò la testa di scatto, prese qualcosa fra le mani e portò in cucina quel che pareva essere uno stinco, di maiale sicuramente.

Lisetta non amava il momento della poppata. A differenza della maggior parte dei neonati che si attaccano al capezzolo e non lo mollano più, affamati e ingordi, Lisetta faticava a succhiare. Per Nanà era un supplizio dover stare con la tetta all’aria cercando di imboccare la piccola: tremava di freddo. Un po’ pizzicava con affetto le guance della bimba, un po’ cercava di tenerla sveglia; quasi sempre tutto inutile, a Lisetta scendevano al massimo un paio di sorsi. Nanà era la solita buona a nulla: distratta, incapace, nevrotica.
Come quella volta che scolando la pasta sentì qualcuno chiamarla. Di punto in bianco mollò la pentola ma combinò un disastro perché i rigatoni finirono ovunque e gli schizzi d’acqua bollente raggiunsero le mani di suo padre, troppo vicine ai suoi fianchi, e lui urlò. Un ceffone rapido e violento centrò Nanà in piena faccia e uno spintone la fece sbattere contro il muro tanto in fretta che, rimbambita e perplessa, a mala pena vide il padre slacciarsi la cinta e dirle sibilando «Adesso ti faccio vedere io, stupida brutta cagna».
Come quella volta che in legnaia notò fra i ceppi accatastati un ciuffetto di pelo bianco e poi uno grigio e uno nero. Avvicinandosi e spostando i ciocchi trovò una cucciolata di gattini, fitti l’uno sull’altro nell’attesa che la loro mamma tornasse. Nanà ne prese uno in braccio e siccome il micio aveva ancora gli occhi chiusi provò a scuoterlo perché insomma li doveva pure aprire questi occhi ma niente, rimanevano sempre stretti. Allora Nanà lo afferrò per il groppone e continuò a percuoterlo un poco, poi di più; provò ad allargare le palpebre con le dita ma fu inutile, quindi strusciò il muso del cucciolo sulla corteccia di un tronco dove una sottile linea scomposta di sangue rosso si impastò a della segatura. Lo afferrò per la pancia, lo strinse fra le mani con vigore e lo scosse su e giù come un biberon ma niente, la creatura ebbe solo la forza di aprire la bocca e tentare un lieve miagolio a cui Nanà, offesa per l’azzardo, reagì gettandolo per terra. Insolente, calpestò con lo zoccolo di legno quella minuscola testolina impiastricciata di vomito e sangue, si voltò verso i due batuffoli superstiti e sorridendo pensò “Tanto non vi sente nessuno”.
Come quella volta che in preda all’ennesima emicrania, Nanà appoggiò i palmi freschi sulle tempie. Dondolando su e giù nell’angolo buio della sua casa umida e sporca, cercò invano di calmare il dolore lancinante. Nanà sapeva già che non sarebbe servito, le pastiglie ingoiate non bastavano mai. Tutte quelle voci ridevano forti e chiare di e dentro di lei. Avrebbero continuato a girarle per la testa dicendo, chiedendo, urlando, suggerendo, consigliando, minacciando, obbligando, costringendo Nanà ad alzarsi in piedi, a correre sbilenca fra i mobili ammuffiti e maleodoranti con le braccia ciondolanti dei fantocci di pezza e colpire la fronte e il corpo contro le pareti scrostate una, due, tre, dieci volte, come una cimice si scaraventa ripetutamente su oggetti a caso nell’utopica speranza di passar loro attraverso.

Vania Segat avrebbe preferito non ricevere quella telefonata. Era un tranquillo e sonnacchioso sabato pomeriggio di metà dicembre e sarebbe volentieri rimasta a casa a guardare la prossima puntata di Verissimo, misurando il culo inesistente della Toffanin, ospite dopo ospite, gossip dopo gossip. Comodamente spiaggiata sul divano sfondato del suo soggiorno, confezione formato famiglia di Gocciole sottomarca a portata di mano, Vania mugugnò un “Madonna che palle, ok vado a prenderla io” alla sorella minore, bloccata nel cesso del suo appartamento da un’impietosa e irreversibile influenza intestinale. Vania abbandonò così la migliore interpretazione del secolo di single chiattona di mezza età, indossò un vivacissimo piumino blu elettrico su pantaloni slabbrati in pile, raccolse la borsa a tracolla e uscì in strada. In oratorio a Gaiarine c’era sua nipote Roberta, in preda ad un attacco di dissenteria acuta nell’ora settimanale di catechismo parrocchiale.
Vania salì in macchina, lanciò borsa e Samsung sul sedile accanto, spinse la frizione, mise in moto e partì. Strada Belcorbo era buia e annebbiata da una foschia umida e bianchiccia che mal prometteva. “Madonna che tempo di merda” pensò svoltando la curva, “oggi veramente merda a volontà”. Accese la radio sull’immancabile frequenza di Bella&Monella, controllò Whatsapp con la mano destra, con il polso si grattò nervosamente il mento. “Nessuna doppia spunta” ripeté tesa fra sé, “dai rispondi, dai!”. Di nuovo gli occhi sulla strada, di nuovo su Whatsapp. Poi ancora la strada e le notifiche su Facebook e il fosso pieno d’acqua. Poi ancora la strada, l’ultimo brano di Cremonini, la nebbia. «Madonna ha risposto! Fabiano ha risposto!» sbottò felice dimenandosi in ogni dove. Poi ancora la strada, la nebbia e il batticuore. La curva, il volto accaldato, il platano. Un nuovo messaggio, il buio, la strada, la nebbia. I sogni, le aspettative, una cenetta romantica, il matrimonio in chiesa, un futuro insieme, e poi la strada, la nebbia, la curva e poi, e poi, e poi Vania sentì un botto fragoroso, pieno e innaturale e qualcosa di pesante caderle addosso e allora chiuse gli occhi per un istante che durò un’eternità, o almeno così le sembrò. Perse il controllo del veicolo, sterzò bruscamente, gridò, frenò di colpo. Aprì gli occhi.
Ferma immobile con l’auto di traverso, il parabrezza della sua vecchia Opel Corsa ridotto ad una ragnatela deforme di vetri in frantumi, Vania percepì puzza di pneumatico e puzza di morte. Paralizzata dallo shock, con le mani ben salde sul volante come fosse la prima lezione di scuola guida, Vania si ritrovò a fissare l’asfalto di fianco a sé e quella sagoma a terra, rivolta di schiena, seminuda e incosciente, troppo incosciente. Deglutì, respirò a fondo, appoggiò la fronte sullo sterzo. Alzò lo sguardo, osservò attraverso il finestrino. Quella sagoma femminile, svestita e inanimata, era ancora là, ancora troppo inanimata. Vania si fece coraggio, prese lo smartphone e scese dal veicolo. Lentamente, con cautela, sorreggendosi con un ombrello, giurò che se fosse andato tutto bene, mai e poi mai avrebbe perso un’altra messa. Titubante, si avvicinò a quella giovane donna robusta, massacrata di lividi, riversa sulla carreggiata in una posizione anomala, con le gambe scomposte, nuda dalla vita in su. Vania toccò con delicatezza un braccio della disgraziata, fredda e inerme, che non si mosse. Le scostò i capelli dal volto, la riconobbe, sembrava respirasse ancora. Vania non perse altro tempo, compose il 118, disse «Madonna fate presto, ho investito Nanà! HO INVESTITO NANÀ!». Carica di adrenalina, si alzò in piedi, si guardò intorno e vide l’uscio spalancato dei Dardengo. Respirò a fondo e iniziò a correre attraverso il loro cortile infangato, alla ricerca di un bicchier d’acqua e di una coperta per riscaldare la ragazza. Varcata la soglia, Vania si fermò di colpo. Poi fu il nulla. La morte, la vita. Vania sentì il suo cuore comprimersi e perdere un battito e svuotarsi di tutto il sangue che aveva dentro, come una spugna strizzata durante la doccia. Barcollò, poi cadde svenuta.

Piercarlo De Nardi avrebbe preferito non ricevere quella telefonata. Era un tranquillo e sonnacchioso sabato pomeriggio di metà dicembre e sarebbe volentieri rimasto a casa a leggere l’ultimo Strega, comodamente rilassato sulla sua poltrona in cuoio testa di moro, nel religioso silenzio di un prete mancato di mezza età. Non potendo però ignorare la reperibilità nei giorni festivi, indossò il loden, raccolse la borsa con gli strumenti e uscì in strada. Ad attenderlo una pattuglia del Comando Provinciale dei Carabinieri di Treviso. L’auto era in moto e la portiera anteriore destra aperta. Piercarlo salì nella volante e in venti minuti furono a Gaiarine, dove nei pressi di strada Belcorbo il militare alla guida spense la sirena per non allarmare ulteriormente la folla giunta sul luogo. Erano tutti là i curiosi e i vicinanti, oltre la linea di sicurezza tracciata dal nastro bicolore, a scrutare con curiosità famelica ciò che stava succedendo all’interno della casa dei contadini Dardengo, oggi decrepita e mal tenuta, ereditata dal figlio Aldo. Alcuni erano usciti a piedi, altri in bici o in motorino, eccitati nel vedere l’ambulanza e le Alfa Romeo luccicanti sfrecciare in un buco di posto dove non succede mai niente, o quasi. Scendendo dalla macchina, Piercarlo vide il Ducato della Scientifica e un paio di giornalisti di Antenna Tre trafficare con microfoni e registratori e telecamere e bocche piene di domande e capì che per lui la giornata sarebbe stata davvero impegnativa, dentro e fuori quell’abitazione diroccata.
«Dottore, buonasera» lo accolse all’ingresso il maresciallo Pozzobon, «faccia attenzione, qui è un macello». Piercarlo diede uno sguardo fugace alla stanza cupa, illuminata da un’unica lampadina a incandescenza in fondo al corridoio. L’ambiente in cui si trovavano, un tinello obsoleto, era disseminato di una miriade di oggetti fuori posto: pezzi di vetro in frantumi sopra un tavolino laccato, probabili frammenti di una comune bottiglia di vino rosso; avanzi di cibo raffermo ed escrementi di topi su un piatto di ceramica sudicio; zoccoli da giardinaggio, bianchi, di legno, modello classico, con della presunta segatura sul tacco; una giacca a vento logora, scura, da donna, penzolava da un mensola senza libri. Nessun crocifisso. Abituatosi alla penombra, Piercarlo osservò il pavimento: un lago di sangue, coagulato da tempo, ricopriva tutta la stanza disseminata di orme bordeaux, uguali e discontinue. Per terra un cartoncino bianco con la cifra 1 indicava che si trattava del primo reperto. Alla sua destra una poltrona Bergere fuori moda. Macchie ampie, opache e rapprese, di evidente natura biologica, avevano completamente imbrattato la tappezzeria: reperto numero 2. I muri, chiazzati di muffa, presentavano almeno due evidenti fiotti rossastri e residui di sostanze organiche, interrotti dall’impronta allungata di una mano, risultato di un impeto violento a cui qualcuno aveva tentato resistenza: reperto numero 3. Piercarlo faticava a respirare: l’aria era densa e acre, puzzava di urina. La temperatura era di circa 10 C° ma ne percepiva molti di meno. Imposte chiuse, finestre serrate, assi di legno inchiodate ai battenti: l’unica via di accesso, o di fuga, era l’ingresso alle sue spalle. «Per cortesia, mi segua» continuò Pozzobon, «questo è solo l’inizio».
I due uomini proseguirono lungo il corridoio mentre quattro colleghi del R.I.S., incappucciati in tute bianche di pvc, scattavano le ultime fotografie alla pavimentazione. Sulle piastrelle a scacchiera segni di sfregamento e grumi di sangue brunastro: reperto numero 4. Avvicinandosi alla cantina, un fetore crescente, acido e nauseante colpì Piercarlo che d’istinto portò un fazzoletto alla bocca. Il maresciallo indicò l’angolo in fondo al locale. «Proceda pure. È tutto suo». Piercarlo avanzò verso il congelatore a pozzo, in funzione ma con l’anta spalancata, e per associazione pensò a quando era bambino e al baule pieno zeppo di giocattoli che non riusciva mai a chiudere; durante i sopralluoghi più difficili, focalizzare un’immagine ludica era il suo metodo per reprimere il malessere allo stomaco. “Che Dio mi aiuti” si augurò il medico infilando i guanti in lattice. Avanzò di due metri, si sporse verso l’elettrodomestico e poi chiuse gli occhi per un istante che durò una Quaresima, o almeno così gli sembrò.
Avvolti in buste trasparenti e chiusi in Tupperware colorati, Piercarlo riconobbe i resti straziati e induriti di un corpo umano. In superficie, tra sacchetti di minestrone Findus e Sofficini al formaggio, identificò le cinque falangi dell’arto superiore destro di un soggetto maschile: reperto numero 5. Dieci centimetri a sinistra, imperlate di goccioline d’acqua, alcune ciocche ingrigite. “Dev’essere un animale” pensò incerto. Sapeva di sbagliarsi. Lentamente, con cautela, aiutandosi con una biro e con la fede in Dio, Piercarlo spostò una confezione umidiccia di piselli. Poi fu il nulla. La morte, la vita. Piercarlo sentì il suo cuore cadere e sbattere contro lo sterno, lo udì in gola e nello stomaco. Fu un rumore netto, dal sapore metallico, come quando alle giostre il proiettile colpisce il barattolo di latta che casca saltellando all’indietro.
Incellofanato e tamponato con garze da farmacia impiastricciate di un liquido giallastro, Piercarlo identificò il cranio, in parte decomposto, di uomo adulto. Le palpebre spalancate aderivano perfettamente al sottile film di plastica e le labbra, attorcigliate in un ghigno disumano, erano cucite. Piercarlo le fissò con attenzione. L’omicidio, perché di altro non poteva trattarsi, era chiaramente di natura passionale e Piercarlo aveva davanti a sé quel che rimaneva di un povero Cristo con gli occhi sbarrati, vitrei, e l’epidermide cianotica. Caucasico, età ipotizzabile tra i cinquanta e i sessant’anni: reperto numero 6.
«Riteniamo si tratti di Aldo Dardengo», intervenne Pozzobon. «Naturalmente attendiamo la conferma della Sua perizia». Piercarlo si tolse gli occhiali, appannati dal proprio respiro, li pulì. Si avvicinò al militare. «Abbiamo posto alcune domande preliminari ai vicini di casa» continuò il maresciallo, «non vedono Dardengo da settimane. Sono convinti che sia partito per Cuba». Fece una pausa, porse al medico una busta. «I R.I.S. hanno trovato questo in cucina». Piercarlo guardò con attenzione l’oggetto all’interno: un coltello da scanno a manico fisso in corno di bue, lama da ventitré centimetri, in passato utilizzato dai contadini per ammazzare il maiale. Compatibile con le ferite da taglio sulla vittima: reperto numero 7. «In laboratorio stanno analizzando un campione di DNA rivenuto sul metallo» proseguì il maresciallo, «e le impronte rilevate sull’impugnatura. Un’unica serie, per fortuna». Poi un’altra pausa, questa volta più lunga. «Da comparare con quelle della figlia».
Piercarlo sembrò sollevato. Potenzialmente avevano l’arma del delitto, soprattutto avevano un’indiziata. «È già in caserma sotto interrogatorio?». Pozzobon lo guardò dritto negli occhi: «Non è possibile». Fece un profondo respiro. «Giovanna Dardengo, che in paese chiamano Nanà La Matta, soffre di una grave forma di afasia motoria: è completamente muta. Per lo meno questo è quanto hanno riscontrato gli operatori del 118 prima che perdesse di nuovo conoscenza». Piercarlo assunse un’espressione confusa. «La Dardengo è stata investita da una Opel Corsa. Alla guida c’era Vania Segat, una donna sui quaranta che risiede poco distante da questo civico. È stata lei a chiamare i soccorsi». Piercarlo socchiuse gli occhi, cercando dentro di sé la tessera mancante del puzzle. «Il medico e l’infermiere hanno trovato la Dardengo sull’asfalto, quasi priva di indumenti, con lesioni che risultano precedenti all’impatto con la Opel e…» prese fiato, «e una brutta infezione ai seni, post parto. Del conducente però nemmeno l’ombra. Ci hanno telefonato immediatamente. Subito dopo hanno sentito la Segat chiamare aiuto. L’hanno trovata sull’uscio, di là. Il resto… il resto è davanti ai suoi occhi». Il maresciallo deglutì, esausto. «In questo momento la Dardengo è al Ca’ Foncello, la stanno operando d’urgenza». Si guardò attorno, ancora incredulo. «Date le circostanze ho ritenuto opportuno convocare sia Lei, sia uno psichiatra forense». Piercarlo tolse i guanti, aveva bisogno di aria fresca, voleva uscire almeno un minuto da quell’inferno. Pozzobon lo bloccò: «Dottore, c’è dell’altro. Per cortesia, venga con me».

Piercarlo avrebbe preferito non ricevere quella telefonata. Nella carriera di medico legale aveva contribuito a risolvere tragedie di ogni categoria, partendo da quello che un cadavere ha da dirti, a modo suo. Il talento di Piercarlo stava tutto là: trovare le parole giuste dei morti, sparpagliate nelle loro carni fredde tra lacerazioni, ferite e punti di sutura. Sistemarle nel verso giusto, come i pezzi del puzzle di quando era piccolo, ripulendole da ogni traccia organica e da ogni ingiustizia subita. Il senso del suo lavoro era appunto dare un senso all’incomprensibile.
Solo che a volte, di fronte a tanta cattiveria consumata su un corpo, un senso proprio non c’era. Allora Piercarlo alzava la testa dal tavolo in inox e guardava la Croce appesa al muro e chiedeva a Lui. Nella sua sala autoptica chiedeva a Dio il coraggio per procedere e la forza per rimanere lucido. Gli chiedeva di aiutarlo a non perdere la Fede e la fiducia nel genere umano. Gli chiedeva il perché di tanto schifo.
Nell’angolo buio di quella casa umida e sporca, Piercarlo non trovò alcun crocefisso a cui appellarsi. Né al pian terreno né in camera da letto, dove Pozzobon lo aveva appena condotto. Ciò che vide fu un fagotto appoggiato per terra in una pozza d’acqua, avvolto da una coperta in lana rosa, bagnata. Si avvicinò lentamente, con cautela. Poi fu il nulla. La morte, la vita. Raggomitolato come se dormisse dolcemente, Piercarlo scoprì il corpicino straziato, gelido e inzuppato, di una neonata morta. Anche lei nuda e cianotica, anche lei con le labbra cucite come tutte le altre. La copertina presentava una parola scritta a pennarello, elementare e frastagliata: Lisetta. Lisetta, reperto numero 8. Piercarlo odiò quel cartellino identificativo. Lo odiò con tutto l’impeto che un uomo può provare quando ad essere toccati sono i figli invece dei padri. Piercarlo chiuse gli occhi e chiese a Dio il coraggio e la forza, gli chiese di trasformare l’odio in pietà. Quattro cadaveri di neonate nel giro di pochi mesi. Al telegiornale le avevano soprannominate “Le fanciulle della Livenza”, come se la loro giovinezza fosse stata donata all’acqua in cambio di chissà che cosa. Nessun valido indizio addosso a quelle salme innocenti, nessun campione da confrontare, nemmeno un testimone che aiutasse le forze dell’ordine a risolvere il caso. Piercarlo osservò la bambina. Riconobbe sul volto indifeso la stessa mano feroce degli altri tre omicidi: decesso avvenuto per strangolamento e conseguente asfissia, con l’aggravante di percosse ed escoriazioni multiple. Non per ultima, la firma dell’omicida: labbra cucite con spago in canapa. Un dettaglio di cui erano a conoscenza solo gli inquirenti. “Dello stesso tipo utilizzato dai macellai per stagionare i salumi” pensò. Piercarlo osservò di nuovo la piccola, le accarezzò la guancia destra, smunta e bluastra. Labbra cucite per tacere, labbra cucite per non essere sentita. Piercarlo pianse. Sapeva di dover analizzare ogni singola prova, verificare i risultati dei test, testimoniare in tribunale ma ormai aveva capito il perché, il perché di così tanto schifo.

«Deve aver partorito in casa» intervenne Pozzobon, «la bambina non risulta iscritta all’Anagrafe». Piercarlo sembrava non sentire. «Dottore, mi scusi» continuò Pozzobon ma Piercarlo lo interruppe seccamente: «Cosa c’è maresciallo? Per Dio cosa c’è ancora?»
«C’è che Giovanna Dardengo è deceduta. Non c’è la fatta».

Piercarlo strinse Lisetta a sè. Poi fu il nulla. Dondolando su e giù nell’angolo buio di quella casa umida e sporca, fu la morte, e poi la vita.

A miei compaesani.

“Nanà” è frutto della mia immaginazione dalla prima all’ultima parola. Ogni riferimento a persone, a circostanze reali o a opere letterarie è da ritenersi puramente casuale. Nel mio intento questa storia è un omaggio sincero a Gaiarine, dove sono cresciuta e a cui sono profondamente legata, e a tutta la sua comunità, che mi ha sempre benvoluta a dispetto (o per merito?) della mia indole, talvolta un tantino… sopra le righe.

Gaiarine (Tv), 25 novembre 2017.

👓

5 pensieri riguardo “Nanà 👓”

  1. Pazzesco, mozzafiato, non ho mai letto un racconto cosi, ogni parola aumenta la voglia di sapere come andrà a finire, sono stati 30 minuti indescrivibili, grazie per questa forte emozione che mi hai trasmesso, spero che sia veramente frutto di una grandissima fantasia, anche se la realtà spesso è in grado di superarla.

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  2. E’ un noir al femminile intenso e dilaniante allo stesso tempo. Mentre leggevo la mia mente creava personaggi e situazioni, ma le emozioni nude e crude arrivavano dalla scrittura. Ma sei cresciuta a Gaiarine????

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