Berlino di merda đź‘“

Un racconto di occhiali da secchiona.

La prima impressione che Sara ebbe di Matthias fu quella di uno sfigato.
A vederlo lì, alla stazione di Schonhauser Allee, con la birra in mano e lo zaino penzolante da una spalla, non gli avrebbe dato due lire. Anzi, sfinita com’era, se le sarebbe riprese quelle due lire. Alto, pallido, con un paio di jeans troppo larghi e con addosso un giubbotto anonimo, scelto più per caso che per necessità.
“Non ci posso credere”, disse Sara tra sé e sé. “Aspetta! Aspetta! Non salire!” gridò e, sgomitando fra la gente, con una mano riuscì a fermarlo.
Sara pensava spesso a quella sera, anche adesso che Mattihas si stava facendo una doccia e lei cercava il reggiseno tra le lenzuola stropicciate. “Che sfigato”, ripetè sottovoce sorridendo. “E pensare che quello zaino non mi piaceva nemmeno”.

Lavorare su una strada a Berlino non significa per forza di cose essere una poco di buono. Sara lo sapeva benissimo. Ci sono molte strade e molti modi di vivere la strada e molte persone che la frequentano, la strada. In quanto a Sara, lei non la frequentava nessuno. E a dirla tutta, non le fregava un gran che. Il tedesco medio con cui aveva quotidianamente a che fare era di solito troppo preso dal lavoro o troppo fidanzato o tremendamente troppo gay. Capita. Sara passava le giornate osservando la gente, parlandoci, rubando loro qualche minuto e qualche numero di telefono e tutto ciò le fruttava un buon stipendio, provvigioni comprese. Stare per strada le piaceva, nonostante tutto. Tecnicamente doveva disturbare qualsiasi persona tra i 18 e i 35 anni che le passasse accanto, chiedere loro “Scusi, sta cercando un impiego?”, farsi dare nome, cognome, recapito, lasciare un volantino e “Grazie e arrivederci, l’ufficio risorse umane La chiamerà al più presto”. Facile, veloce, indolore. O quasi. Nel “quasi” vanno messi i -16° a mezzogiorno, gli sguardi e i commenti volgari (ben comprensibili anche da un’italiana esportata all’estero), la neve che scende costante da novembre a marzo, lo smog, i turchi che sputano, le mani arrossate, la voglia di starsene al caldo con un cappuccino bollente, i 50 centesimi per usufruire della toilette al centro commerciale e la sensazione ricorrente che qualcosa di fatale le stesse per accadere, sperando sempre non si trattasse di una brutta influenza intestinale dopo l’ennesima abbuffata di kebab.

Matthias non aveva tempo da perdere. Non più almeno. Trent’anni, capace a far tutto soprattutto dal punto di vista artistico, con un frigo semivuoto e una coscienza che funzionava a intermittenza, proprio come la luce del bagno nel suo monolocale da single sessualmente attivo a tre minuti dal Mauerpark. Se ne era reso conto improvvisamente, guardandosi allo specchio mentre si radeva. “Non ci credo che quella che vedo è una calvizie galoppante, non può essere”. Invece lo era eccome e non era nemmeno tanta piccola. “Beh, l’uomo calvo va alla grande” pensò, in piena fase auto celebrativa. Matthias aveva una buona dialettica, sapeva convincere le persone. Era così bravo da convincere anche se stesso delle cose più assurde. Potenzialmente sarebbe stato un ottimo commerciante se solo avesse avuto la costanza di presentarsi al lavoro tutti i giorni. Peccato che non si sentisse ancora pronto per questo, in fondo era giovane, aveva solo trent’anni. Ma quel mattino non erano effettivamente trenta. Erano trenta con un bel po’ di capelli in meno. E per la prima volta Matthias non riuscì a convincersi a pieno, il suo ego cominciò a vacillare. Si sentì strano, di una stranezza che non conosceva. Cercando di rimanere disinvolto, come se nulla fosse, si sciacquò la faccia, bevve un sorso di caffè, chiese gentilmente alla signorina quanti soldi volesse per le ultime tre ore trascorse nel suo letto e, dopo aver chiuso la porta alle sue spalle, solo e in silenzio, si sedette con la schiena al muro e scivolò in uno stato di semi consapevole catalessi totale.

Quel giorno Sara era davvero a pezzi. Non solo aveva nevicato per tutto il turno, le era toccato anche far coppia con uno nuovo che del lavoro non sapeva niente e lei doveva spiegargli ogni singola cosa, in tedesco ovviamente. Mezzora circa e sarebbe stata a casa, o meglio nella sua stanza, al 314 di Schliemannstrasse, su a Prenzlauer Berg. “Non c’è posto al mondo dovrei vorrei vivere se non qui” pensò, mentre saliva sulla U2 in direzione Pankow. “Nessun altro posto se non Berlino. Ja, genau” e si sedette accanto alle porte scorrevoli, iPod in una mano, zaino alla sua sinistra e Alanis Morisette nelle orecchie.

Dopo venti minuti di totale ed intenso struggimento esistenziale, Matthias capì che forse era il caso di iniziare a combinare qualcosa, possibilmente qualcosa di buono. Escluse fin dal principio l’ipotesi di dare una ripulita alla giungla di alcolici, sigarette e avanzi di cibo che avevano preso il sopravvento su tutto l’appartamento e l’idea di cambiare look lo sfiorò appena, perché lui era un maschio metrosexual, di quelli che un paio di jeans graffiati e un maglione vissuto basta e avanza. In equilibrio precario tra una bottiglia di vodka e un’autostima in netta discesa, prese il tabacco dalla busta sul comodino, lo sparpagliò per bene su una cartina, appoggiò con cura il filtro, ne leccò delicatamente un lato e con la maestria di cui andava fiero, rollò la cicca appena fatta e se la infilò dritta in bocca. “Tale e quale a ieri, uguale e identica a domani. Berlino di merda”, sbuffò scazzato guardando dalla finestra. “Che ci faccio io qua, proprio non so”. Diede un’occhiata intorno, buttò qualcosa nello zaino e uscì.

Camminare gli piaceva, gli era sempre piaciuto. A Monaco da bambino aveva il vizio di camminare fino in fondo alla strada, qualsiasi strada fosse. Così immancabilmente si perdeva e puntualmente qualche schiaffo di richiamo arrivava, come li definiva suo padre. Quel giorno Matthias camminò per chilometri e, immerso nel caos dell’ora di punta, decise che sì, era il caso di dare un senso alla propria vita, di mettere dei punti fermi, di ricominciare da dove tutto si era fermato, di scavare dentro di sé, di darsi una regolata. Di dedicare del tempo agli anziani, di aiutare i più deboli, di fare beneficenza. No, beh, un passo alla volta. Già frequentare una ragazza per più di una settimana sarebbe stato un buon inizio. E poi un lavoro, anche questo per più di una settimana. Come, dove e quando non li aveva ancora ben chiari in mente ma qualcosa si stava muovendo e fu una piacevole sorpresa scoprire che quel qualcosa, per una volta, non fosse nei pantaloni ma nel cervello. Fu così che, in piena fase catartica e senza nemmeno rendersene conto, salì sulla U2 in direzione Pankow, si sedette accanto alle porte scorrevoli, appoggiò lo zaino a terra e avvolto dal tepore di un vagone sotterraneo, beatamente si addormentò.

Pochi istanti prima che le porte si chiudessero, Sara prese lo zaino da terra, si fece largo tra la folla e trafelata e mezza sconvolta, scese della metro e si diresse verso le scale. “Non è possibile, è successo anche oggi. Devo ricordarmi di mettere la sveglia”, pensò. Cinque minuti e un numero incalcolabile di morsi della fame dopo, Sara entrò al chiosco dei turchi all’angolo tra Danziger e Schilemannstrasse e ordinò il pranzo.
“E’ proprio quello che mi ci vuole. Un doner kebab da un kilo e mezzo”. Poco dopo Kadir Il Turco le porse il panino, disse “Tre euro e cinquanta, prego” e, asciugandosi la fronte sudata, non capì per quale motivo Sara La Pallida, rovistando nello zaino, rispose con un secco “Oh, merda!” invece di un più cortese “Vielen Dank”.

Quando nel tardo pomeriggio fu di fronte al portone di casa, Matthias frugò in tasca in cerca delle chiavi. Nei jeans non c’erano, nel giubbotto nemmeno. Si ricordò di averle buttate sbadatamente nello zaino e si stupì molto quando invece di un fedelissimo portachiavi del Bayer Monaco trovò un assorbente rosa con Hello Kitty stampata sopra. “Oh, merda!”, esclamò. E in quel momento realizzò di essere stanco, stufo, affamato, infreddolito, single, quasi completamente al verde, senza un vero lavoro, anzi no, senza lavoro e basta, che da adolescente aveva i brufoli, che sua madre cucinava malissimo, che il suo cane si chiamava Scooby e che si trovava, a tutti gli effetti, senza chiavi di casa. Da qualsiasi punto di vista si guardasse, era oggettivamente uno sfigato.

Uscita dal kebabbaro, Sara si sedette sulla panchina e iniziò a riflettere. Avrebbe potuto ripercorrere tutta la linea 2 andata e ritorno più e più volte nella vana e fantasiosa speranza che qualcuno come lei stesse facendo la stessa cosa e, toh, guarda caso, le andasse in contro con il suo zainetto (e relativo contenuto intatto) porgendole, oltre tutto, delle sentite scuse. Oppure avrebbe potuto fare un giro di telefonate agli amici italiani in città per sfogarsi rabbiosamente di quella insindacabile situazione di merda e chiedere loro consiglio. Oppure avrebbe potuto scrivere una canzone parlando della sfiga cosmica e di come una giornata apparentemente normale diventa poi una giornata di merda. Ho già detto merda? Oppure rivolgersi semplicemente alla polizia e sperare che il proprietario di quell’orribile mazzo di chiavi facesse lo stesso.
“A meno che non voglia dormire fuori casa per il resto della sua vita e spero proprio di no”, pensò. Si pulì la bocca, butto giù un sorso d’acqua e ripassando mentalmente la grammatica tedesca capitoli 1, 2 e 3 e con tutto l’entusiasmo che contraddistingue una giornata di merda (sì, ho già detto merda), si mise i guanti e si incamminò verso la stazione di Schonhauser Allee.

Dopo aver ripetutamente sbattuto la testa contro i campanelli accanto al portone, Matthias si concesse una pausa e studiò un piano d’azione. Piano A: ripercorrere tutta la linea 2 andata e ritorno piĂą e piĂą volte nella vana e fantasiosa speranza che una ragazza cercasse disperatamente uno zainetto contenente un assorbente rosa di Hello Kitty. Piano B: fare un giro di telefonate agli amici in cittĂ  per sfogarsi rabbiosamente di quella insindacabile situazione di… disagio e chiedere loro un posto per la notte (sapendo a priori che, in quanto single sessualmente attivi, la risposta sarebbe stata un netto ed irrevocabile “Nein”). Piano C: sperare con tutte le forze che la proprietaria dell’assorbente rosa nonchè del portafoglio a cuori avesse un minimo di senso civico e si rivolgesse alla polizia, giusto per non lasciare che qualcuno dormisse fuori di casa (nel vero senso del termine) per tutto il resto della vita (o piĂą correttamente, per tutto il resto di quella estenuante giornata di… freddo berlinese.). Così, stretto nel suo giubbotto e con una birra in mano, Matthias si diresse verso Schonhauser Allee.

Arrivati in stazione, entrambe salirono le scale ma da lati opposti. Entrambe si avvicinarono alla banchina, cercarono di farsi largo tra la massa di gente ma non si videro. Poi, d’un tratto, Matthias sentì una ragazza gridare qualcosa in italiano e un mano stringergli il braccio così forte da doversi fermare. “Scusa, che vuoi?” le chiese seccato. E lei, affannata, rispose: “Il mio zaino, grazie”.

“Berlino di merda” è frutto della mia immaginazione dalla prima all’ultima parola. Ogni riferimento a persone, a circostanze reali o a opere letterarie è da ritenersi puramente casuale.

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