Sparuto dei piccoli 👓

Un racconto di occhiali da secchiona.

“Signora, Suo figlio è un bambino trascurato”.

Raccolsi tutto il coraggio che avevo in corpo e glielo dissi. Temendo un licenziamento immediato nella migliore delle ipotesi, una querela nelle peggiori.
La mamma di Vittorio, per come l’avevo ripetutamente immaginata nelle mie notti in bianco, non smentì la reazione che di lei avevo in mente: stupita, perplessa. Istintivamente realizzai che la mamma di Vittorio ai miei occhi era semplicemente una sciocca e un’ingrata, che i figli nascono sempre nelle famiglie sbagliate e mai in quelle giuste, forse per redimerle, forse per rendere il mondo un luogo ancora più confuso.

La prima volta che vidi Vittorio fu un sabato sera in pizzeria, qualche tavolo più in là del mio. Lo notai mentre leggevo svogliata il menù: tenuto buono a suon di discutibili promesse e video su Youtube, Vittorio stava seduto accanto ad un ragazzotto sulla trentina, piuttosto rude nei modi, l’aspetto saccente di cha sa tutto, voce alta e sguardo basso sullo smartphone. Nelle pause tra una sigaretta e l’altra il ragazzotto rientrava e sedendosi al tavolo, congedava la cameriera presa in prestito come tata e incalzava Vittorio a mangiare perché si era fatto tardi e il ragazzotto doveva uscire.
Pallido, assonnato e irrequieto: capii subito che Vittorio era figlio di quell’idiota e che Vittorio era l’ennesimo bimbo buttato là, in balia degli eventi e dei genitori.

La prima volta che guardai Vittorio dritto negli occhi fu giovedì 7 settembre. Lo accolsi all’ingresso della scuola materna dove lavoravo da dopo la laurea, accompagnato dal padre idiota. Vittorio indossava un grembiulino bianco stropicciato e sulla tasca destra, dove solitamente sta scritto il nome dello scolaro, non c’era niente. Né un ricamo, né una stampa trasferita a caldo. “La mamma ha detto che non serve” mi spiegò mesto in volto. Così fin dal giorno zero Vittorio fu il bimbo senza nome, senza una parola certa in cui ritrovarsi e riconoscersi.

All’ora del pranzo, disposti in fila per due, era mio compito accompagnare i piccoli al refettorio. Il pasto era semplice, sano e insipido come da disciplinare, e alla mia classe piaceva. Mangiavano volentieri la pasta in bianco, il merluzzo in umido e il purè. Tranne Vittorio che non toccava cibo. Nemmeno un sorso d’acqua, niente. “Vittorio, non hai fame?” chiesi inforcando per lui due mezze penne all’olio. “No”, mi rispose secco. “Voglio i Sofficini e l’aranciata. La mamma mi fa i Sofficini”.

Venne ottobre, il mese della zucca e delle castagne, e poi novembre. Quel periodo per noi maestre era di gran fermento a causa dei preparativi per la castagnata di San Martino, un leggero allenamento al Natale prossimo venturo. Ai nostri scolari era richiesto il massimo impegno: ai piccoli per incollare con la Vinavil le foglie secche sul cartoncino bianco, ai medi per colorare di arancione la grande zucca accanto al teatrino, ai grandi per imparare la filastrocca da recitare alla festa con i genitori. Tutti insomma avevano un ruolo importante. Vittorio però con la Vinavil preferì imbrattare i capelli ricci di Camilla e spingerla infine per terra, con tanto di foglie sbriciolate, urla e pianti. Toccò a me soccorrere la bimba che tra le lacrime già stava leccando la colla e poi recuperare Vittorio, rintanato in un angolo tra le seggioline e lo scaffale dei pennarelli. “Vittorio, perché ti sei comportato male con Camilla?” gli chiesi raccogliendo tutta la pazienza e la dolcezza, ormai vacillanti, che avevo in me. Ancora smunto in viso per quel raffreddore mal curato, Vittorio abbassò gli occhi e mi ripose: “Il papà ha detto che posso”.

L’11 novembre arrivò con un sole limpido e inaspettato, i genitori accorsero chiassosi e febbricitanti con i loro pargoli al seguito e la festa nel cortile dell’asilo iniziò. C’erano crostate con la marmellata di fragole, castagne cotte nei sacchettini di carta marrone, succhi di frutta confezionati e, soprattutto, una vivacissimo ed ingestibile baccano. Nel frastuono di circa sessanta bambini, con adulti suddivisi e sparpagliati in gruppi che più che alla materna sembrava di stare al liceo, scorsi un faccino avvilito e ancor più deperito al di là del cancello principale. “Claudia, maestra Claudia, è lei?” sentii chiamare tra la folla. Mi avvicinai alla ringhiera, osservando prima Vittorio affranto e poi l’adolescente prestata al mondo dei grandi, svestita H&M da testa a piedi. “Sono Deborah, la baby-sitter di Vittorio. C’è una specie di festa oggi, vero?”. “Sì” dissi tristemente, “c’è la castagnata dei bambini con i genitori”. “Ottimo” ribadì lei spingendo Vittorio in avanti, “glielo lascio fino alle 18.00. Ho la manicure dall’altra parte di Conegliano”.

Per due settimane Vittorio non venne in asilo. Nella mia classe il suo posto era vuoto e vuoti erano il mio cuore e la mia testa. Pensavo a Vittorio assente, probabilmente per l’ennesima bronchite, e mi chiedevo chi ci fosse a casa con lui, a prendersi cura di lui e di tutti i suoi bisogni di bambino o più realisticamente, a chi con e per lui non ci fosse affatto. In effetti Vittorio a casa ci rimase un giorno soltanto. La direttrice scolastica mi informò che gli altri dieci li passò nel reparto di pediatria di Treviso tra medici, infermiere e la baby “baby-sitter”. Ogni tanto capitava di là anche la mamma per sincerarsi che il morbillo fosse sotto controllo e che i suoi pensieri potessero tornare allo standard medio basso di Facebook-spritz-Facebook-seratona.

“Quando faccio i brutti sogni e chiamo la mamma, lei non viene” mi raccontò il piccolo in primavera, durante la merenda del pomeriggio. Era metà aprile, tutti i miei scolari indossavano il grembiulino impiastricciato dai colori a cera e mordicchiavano il loro panino su gradoni vellutati del teatrino, mentre Vittorio di nuovo in castigo stava in classe da solo con me. “Quando faccio i brutti sogni, io chiudo gli occhi forte forte”.
Di sgridarlo per aver buttato il pongo giù per il water proprio non me la sentii e la storia finì là, con Vittorio abbandonato a sé stesso, senza un punto di riferimento che non fosse uno, tranne me e tutta la sua tristezza.

Venne maggio e noi maestre portammo i piccoli a giocare all’aperto. Il cortile dell’asilo disponeva di un verde giardino con scivoli e giostrine verniciate di fresco e c’era anche una bella sabbionaia con palette e secchielli. I piccoli riempivano le tasche con sassi e sabbia, i medi si contendevano lo scivolo, i grandi facevano a gara rincorrendo il pallone di gomma. Da qualche tempo Vittorio non combinava più grossi guai, a volte divideva la sua merenda con Camilla o con Marco, dipendeva dai gusti dei suoi amichetti. Spesso mi stava appiccicato mentre sorvegliavo la classe e io lo lasciavo fare: stava imparando fiducia ed amicizia, era un bene. Quel giorno sembrava un giorno qualunque nell’infanzia serena di un bambino e nella vita normale di una maestra.

Non per Vittorio, non per me.

Mentre badavo ai piccoli, la direttrice scolastica mi chiamò dicendo di portare Vittorio in entrata, c’erano i genitori ad attenderlo. “I genitori?” chiesi allarmata, “come mai?”. Ci spostammo di qualche metro e la direttrice, arresa, mi disse: “Lo portano al Collegio Immacolata, la mamma si è offesa per la tua osservazione”. Poi, guardandosi le mani, aggiunse imbarazzata: “Questa è una lettera di licenziamento per te, arriva direttamente dal dirigente scolastico” e mi porse una busta chiusa. “È stato costretto, parlavano già di avvocati”. Lei abbassò lo sguardo, io anche. Soltanto che io non mi soffermai sulla busta, bensì su Vittorio. Che a dispetto della sua tenera età pareva già aver capito fin troppo della vita e di quella brutta situazione. Che a pochi passi da me non si lasciò prendere in braccio dai suoi ma corse e si aggrappò alle mie gambe e iniziò a piangere. “Non voglio andare via, voglio la maestra Claudia”. Si strinse ancor di più, io mi chinai, lui mi buttò le braccia al collo e un dolcissimo, lieve e indimenticabile “Ti voglio bene” uscì dalla sua bocca. Allora pensai che forse non tutto era andato perduto, che i figli migliori nascono nelle famiglie peggiori, forse per redimerle, forse per fare ordine in un mondo così confuso. Che Vittorio sarebbe cresciuto, forte e coraggioso come il suo nome, che come tutti sarebbe diventato grande e che come tutti avrebbe deciso da che parte stare. Che Vittorio sapeva riconoscere il bene e che quello avrebbe rincorso e scelto, giorno dopo giorno.

Con piccoli gesti, a piccoli passi, come uno sparuto dei piccoli.

“Sparuto dei piccoli” è frutto della mia immaginazione dalla prima all’ultima parola. Ogni riferimento a persone, a circostanze reali o a opere letterarie è da ritenersi puramente casuale.

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